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Scacco al tumore dell'ovaio

Nuove cure efficaci e più rispettose della qualità della vita

 
 
È uno tra i tumori più subdoli e pericolosi. Perché non dà segno di sé se non dopo essersi radicato a forza nell'organismo e perché non esiste ancora uno screening che permetta di batterlo sul tempo. Eppure, nonostante questi ostacoli, la sopravvivenza delle donne colpite da tumore dell'ovaio è arrivata al 30-40 per cento a 5 anni dalla diagnosi, con molte pazienti che superano felicemente anche il traguardo degli 8-10 anni. Vent'anni fa, neppure al 20 per cento delle donne era concesso di arrivare a 5 anni di sopravvivenza.

Anni preziosi, strappati alla morsa del tumore, oggi anche senza dover pagare alle terapie un prezzo troppo alto come effetti collaterali. È quanto emerge dalla 15° riunione del Gruppo di ricerca italiano MITO (Multicenter Italian Trials in Ovarian cancer), impegnato da oltre un decennio nella ricerca nel campo della ginecologia oncologica. La chemioterapia di prima linea e l'intervento chirurgico riducono il tumore, o lo fanno scomparire, nel 50-80 per cento dei casi; purtroppo però la malattia si ripresenta anche nel 60 per cento delle pazienti, che deve dunque essere sottoposto ad altri cicli di chemioterapia.


"Il nostro primo obiettivo - spiega Sandro Pignata, Fondazione G. Pascale di Napoli e presidente di MITO - è quello di ottenere la cronicizzazione della malattia, attraverso trattamenti chemioterapici multipli, eventualmente alternati ad interventi chirurgici." "L'attenzione alla qualità di vita - afferma Giovanni Scambia, direttore del Dipartimento per la Tutela della Salute della Donna e della Vita Nascente, Policlinico Universitario A. Gemelli, Roma - è considerata fondamentale dall'oncologia moderna che cerca di offrire soluzioni per garantire la cura ma ad un prezzo basso in termini di impatto sulla qualità di vita. Gli interventi cercano di risparmiare sempre più la funzione d'organo e abbiamo anche a disposizione farmaci efficaci ma che alterano meno la qualità di vita".

E' il caso della doxorubicina liposomiale pegilata, una 'riedizione' di un vecchio farmaco (la doxorubicina) che, inserito nei liposomi pegilati, viene meglio distribuito all' interno del tumore. Uno studio francese, il GINECO, ha dimostrato che questo farmaco, nelle recidive di malattia, ha la stessa efficacia della terapia tradizionale (carboplatino e taxolo), senza dare perdita dei capelli e la neurotossicità periferica (alterazione della sensibilità a livello delle dita dei mani e piedi, alterazioni di tipo motorio) del taxolo. L'anno prossimo saranno disponibili i dati finali dello studio italiano MITO- 2, relativi al suo impiego come chemioterapia di prima linea. "Se questi, confermeranno che il nuovo schema è efficace come quello tradizionale - conclude Scambia - allora l'associazione doxorubicina carboplatino potrebbe diventare il nuovo standard di terapia, come lo è già nella recidiva di malattia".
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