Oggi la fibrillazione atriale, malattia che colpisce oltre 250 mila italiani, si cura a -40 gradi. A testare la nuova tecnica il Centro cardiologico Monzino di Milano, che è stato «accreditato come l'unico centro italiano certificato per praticarla», spiegano dall'istituto. Si chiama ablazione "a freddo", con crioterapia, e nel centro milanese sono stati già trattati con questa tecnica 30 pazienti.
Curati con ottimi risultati che confermano la sperimentazione di un intervento molto meno invasivo di quelli si a ora conosciuti.
I risultati, pubblicati sulla rivista "Heart Rhythm", sono stati presentati al Congresso nazionale della società scientifica Aiacs (Associazione italiana di aritmologia e cardio stimolazione) di Catania.
I camici bianchi del Monzino sfruttano le qualità del freddo "estremo", e non gli impulsi di corrente usati nell'ablazione tradizionale, per cicatrizzare gli ingressi delle vene polmonari, le più ricche di fonti di fibrillazione, nell'atrio sinistro del cuore.
L'effetto è lo stesso: si cicatrizzano le parti del tessuto responsabili della malattia, creando una barriera alla propagazione elettrica anomala. Il vantaggio è nei tempi: dimezzati rispetto alla classica termoablazione che dura circa 4 ore e richiede un'anestesia generale importante.
Per questo normalmente non viene effettuata su pazienti oltre i 70-73 anni d'età. L'ablazione a freddo ha minori effetti collaterali ed è meno dolorosa, dunque non necessita di una sedazione profonda del paziente.
La conseguenza è che sale il numero di persone a cui può essere praticata. La tecnica consiste nel posizionare agli ingressi delle vene polmonari un palloncino di 20-23 millimetri di diametro, nel quale viene iniettato un liquido refrigerante. In pochi minuti la circonferenza della vena a contatto con il palloncino subisce la cicatrizzazione dovuta alla bassissima temperatura (tra i -30 e i -40 gradi).
«Se effettuata agli esordi della malattia - sottolineano gli esperti in una nota - la crioablazione si prospetta anche come una tecnica in grado prevenire i danni che ripetuti e frequenti episodi di fibrillazione a lungo andare provocano ai tessuti del cuore, rendendo più difficile il recupero del paziente».