Sarà la sostenibilità la prossima sfida da sostenere nel campo del diabete. Nel nostro paese, accanto ai tre milioni di persone con diabete 'ufficiali', si stima un sommerso di almeno altri tre milioni di 'ignari'.
Sono quelli che danno più pensiero, perché per loro la diagnosi spesso arriva in occasione di un infarto o di un ictus, le tanto temute complicanze di questa condizione, insieme ai problemi agli occhi (il diabete è la principale causa di cecità), ai reni (la maggior parte di chi arriva alla dialisi è diabetico) e alle amputazioni (di diabete si perdono più gambe che per i campi minati in giro per il mondo). Una situazione già complessa oggi che nei prossimi anni, stando alle proiezioni degli esperti, si andrà complicando sempre più: dai 240 milioni di diabetici attualmente censiti nel mondo, si passerà a 380 milioni nel 2025. Cifre da far saltare i budget sanitari dei Paesi occidentali, come di quelli in via di sviluppo.
Non resta dunque che scendere ai ripari, riassunti da un'unica parola: prevenzione. Del diabete innanzitutto (guerra all' obesità e ai cattivi stili di vita) e delle sue complicanze, quelle che assorbono la maggior parte delle risorse.
"La persona con diabete - spiega Paolo Cavallo Perin, presidente di Diabete Italia - deve essere resa consapevole che ha la possibilità di controllare la sua condizione e di rallentare l'insorgenza delle complicanze. Fondamentale poi è il ruolo del medico di famiglia per la diagnosi precoce e il trattamento tempestivo.
Ancora oggi ogni 100 diabetici, ce ne sono 50 che non sanno di esserlo. Anche i sani, a rischio però di sviluppare questa condizione, devono sapere che, intervenire pesantemente sullo stile di vita, correggendo le cattive abitudini (dieta e attività fisica) funziona in questa fase il doppio dei farmaci". "L'impatto negativo del diabete - spiega Carlo Bruno Giorda, vice presidente Associazione Medici Diabetologi - è dato, anche economicamente, dalle complicanze. Prima si interviene, in modo aggressivo, migliore sarà la sua prognosi nel tempo".
"Alzare la guardia contro il diabete è il compito della primary care - afferma Claudio Cricelli, presidente della Società Italiana di Medicina Generale - Nel nostro Paese i pazienti a rischio cardio-vascolare sono trattati solo dopo i 50 anni. Bisogna intervenire sulla fascia dai 30 ai 50 anni, quando siamo ancora in grado di arginare il danno metabolico e cardio-vascolare".
E L'Italia è oggi uno dei Paesi più avanzati al mondo nella cura del diabete. Merito della rete capillare di 700 centri di diabetologia distribuiti su tutto il territorio nazionale, alla quale in molte Regioni si stanno già affiancando schiere di medici di famiglia.
Un modello assistenziale che ci viene 'copiato' anche dall'estero: Francia e Gran Bretagna hanno appena iniziato a tessere le loro 'reti', ispirandosi al modello tricolore.